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ANNUNCI DI LAVORO: Cercasi politici competenti e onesti. Astenersi privi di referenze

Buenos Aires. — Cercasi politici. Competenti, preferibilmente. Onesti, requisito indispensabile. Con comprovata esperienza nell’ascoltare prima di parlare, amministrare prima di promettere e governare prima di cercare un colpevole.

Astenersi improvvisatori, venditori di miracoli e specialisti nell’arte di spiegare perché la colpa appartiene sempre al predecessore, all’avversario o al cittadino che protesta.

L’annuncio potrebbe essere pubblicato oggi su qualsiasi giornale argentino.

Probabilmente riceverebbe meno curriculum del previsto.

La politica nazionale ha offerto questa settimana un’altra di quelle immagini che dovrebbero preoccupare persino un Paese ormai allenato allo stupore. Mentre il Senato discuteva quella che il Governo definisce la Legge sull’Inviolabilità della Proprietà Privata, le strade attorno al Congresso sono tornate a riempirsi di gas lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, arresti e feriti.

Secondo il monitoraggio della Comisión Provincial por la Memoria, l’operazione di sicurezza si è conclusa con 28 arresti e circa 1.500 persone ferite o comunque colpite dagli effetti dell’intervento delle forze dell’ordine. Tra loro, ancora una volta, lavoratori dell’informazione che si trovavano in prima linea non per combattere una battaglia, ma per documentarla. Una fotografa è rimasta sotto osservazione con una frattura cranica.

Mantenere l’ordine pubblico è un diritto e un dovere dello Stato. Non è una concessione e non dovrebbe esserci nulla di scandaloso nel farlo rispettare. Ma proprio perché dispone di questo potere straordinario, lo Stato ha anche un obbligo straordinario: non trasformare il monopolio legittimo della forza in una licenza per utilizzarla senza misura.

Ed è qui che comincia il problema.

Victoria Darraidou, responsabile dell’équipe sulla violenza istituzionale del CELS, il Centro de Estudios Legales y Sociales, ha descritto scene inquietanti: idranti utilizzati persino contro un autobus di linea, lacrimogeni sparati a distanza ravvicinata verso fotografi ed agenti intenti a raccogliere bossoli dopo gli incidenti.

Sono fatti che meritano un’indagine seria.

Non una gara tra versioni contrapposte.

Perché nell’Argentina contemporanea persino i gas lacrimogeni sembrano ormai avere una versione governativa e una dell’opposizione.

La protesta era cresciuta durante il pomeriggio nonostante la pioggia e nonostante il Governo avesse ritirato dal progetto il controverso articolo che avrebbe ampliato la possibilità di vendere terreni a cittadini e società straniere. Il Senato ha invece approvato meccanismi più rapidi di sfratto nei casi di mancato pagamento degli affitti e limitazioni alle facoltà dello Stato in materia di espropriazioni.

La Libertad Avanza, il partito del presidente Javier Milei, ha dovuto inoltre rinunciare alle modifiche previste alla normativa sulla gestione degli incendi, che tutela boschi e zone umide anche dalle successive operazioni speculative sui terreni colpiti dal fuoco.

Nulla di tutto questo, tuttavia, sembra aver messo concretamente in pericolo la prosecuzione della seduta parlamentare.

Ed è qui che inizia il secondo atto.

Dopo gli idranti è arrivata Comodoro Py.

Per il lettore straniero: è il complesso giudiziario di Buenos Aires dove hanno sede i principali tribunali federali e dove, prima o poi, approda buona parte delle grandi battaglie politiche argentine.

La ministra della Sicurezza Alejandra Monteoliva ha presentato una denuncia penale chiedendo di indagare su presunti “atti violenti e antidemocratici” che avrebbero avuto l’obiettivo di impedire, totalmente o parzialmente, l’attività legislativa.

Nella denuncia compaiono ipotesi di reato estremamente gravi: attentato all’ordine costituzionale, danneggiamento, resistenza all’autorità e persino terrorismo.

Terrorismo.

È una parola che merita di essere pronunciata lentamente.

Uno Stato democratico può — e deve — perseguire chi lancia pietre, aggredisce un agente o distrugge beni pubblici. Il diritto a manifestare non concede immunità penale.

Ma tra identificare e processare chi commette un reato e proiettare su una manifestazione politica l’ombra del terrorismo esiste una distanza che una democrazia adulta dovrebbe percorrere con estrema prudenza.

La denuncia, formulata in termini generali, è stata assegnata al Tribunale Federale Nº 7, del giudice Sebastián Casanello, attualmente sostituito da María Servini.

Sarà dunque la magistratura — non una conferenza stampa e nemmeno uno slogan di partito — a dover stabilire se siano stati commessi reati, quali e da chi.

E sarebbe opportuno accertare con la stessa attenzione se le forze di sicurezza abbiano agito sempre entro i limiti previsti dalla legge.

Perché in una democrazia il metro deve funzionare in entrambe le direzioni.

Mentre il potere discuteva in Parlamento fin dove arriva il diritto di proprietà e nei tribunali fin dove può arrivare la protesta, a Liniers, quartiere popolare di Buenos Aires, qualcuno ha parlato di una questione assai meno sofisticata:

fin dove arriva lo stipendio.

Durante la messa dedicata a San Cayetano — santo tradizionalmente associato in Argentina al lavoro e al pane — l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge García Cuerva, ha invitato a “non rassegnarsi” davanti all’aumento del costo dei trasporti, delle tariffe, degli affitti e degli alimenti.

E nemmeno ad accettare passivamente che lo stipendio non basti.

Non gli sono serviti grafici.

E neppure una presentazione PowerPoint.

Ha parlato di un popolo stanco delle promesse non mantenute e ha rivolto una critica che dovrebbe attraversare l’intera classe dirigente: quella verso chi parla dei poveri senza conoscerne davvero le necessità mentre conduce personalmente una vita agiata.

Si può discutere sul destinatario immediato.

Molto più difficile è sottrarsi al plurale.

Sarebbe infatti troppo comodo utilizzare le parole dell’arcivescovo esclusivamente come un colpo contro il Governo di Javier Milei.

La distanza tra governanti e cittadini non è nata nel dicembre 2023.

Ha molti anni sulle spalle, numerose amministrazioni, diversi partiti politici e una straordinaria capacità di sopravvivere a qualsiasi elezione.

Cambiano i presidenti.

Cambiano gli slogan.

Cambiano i nemici.

Il conto resta sul tavolo.

Milei è arrivato al potere precisamente perché milioni di argentini si erano stancati di quella politica. Il problema nasce quando chi promette di eliminarne i vizi rischia di acquisirne alcuni: l’intolleranza verso la critica, la tentazione di dividere il Paese tra virtuosi e nemici e quella vecchia abitudine argentina di considerare ogni difficoltà il prodotto di una cospirazione altrui.

Governare non significa soltanto vincere votazioni parlamentari, mostrare indicatori macroeconomici favorevoli o sconfiggere gli avversari sui social network.

Significa anche fare in modo che un cittadino possa vivere sotto regole prevedibili, lavorare, pagare le bollette e manifestare il proprio dissenso senza diventare automaticamente sospettato di voler abbattere la Repubblica.

Allo stesso modo, manifestare non significa ottenere una licenza per distruggere, incendiare o aggredire.

Questa elementare reciprocità sembra essersi trasformata in alta ingegneria istituzionale.

Forse è anche per questo che García Cuerva ha ricordato che il lavoro continua ad essere un diritto e una fonte di dignità.

Un’osservazione elementare, quasi antica.

Eppure straordinariamente attuale in un Paese dove troppo spesso la discussione pubblica si concentra su chi abbia vinto la battaglia politica della giornata mentre il cittadino comune fa un calcolo molto più semplice:

quanto manca al prossimo stipendio.

L’Argentina cerca salvatori da decenni e continua a trovare amministratori dell’emergenza.

Ha provato peronisti, radicali, coalizioni, progressisti, liberali e libertari. Ogni nuova stagione promette di demolire il fallimento precedente e finalmente ricostruire il Paese.

Curiosamente, le macerie finiscono sempre per pagarle gli stessi.

Forse è arrivato il momento di modificare i requisiti per l’assunzione.

Annunci di lavoro. Cercasi politici competenti e onesti. Capaci di ascoltare senza inginocchiarsi, esercitare l’autorità senza abusarne, far quadrare i conti senza dimenticare chi li paga e comprendere che un avversario non è necessariamente un nemico della Nazione.

Esperienza gradita.

Buonsenso indispensabile.

Onestà requisito imprescindibile.

Astenersi privi di referenze.

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