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Può Trump cambiare il corso delle elezioni in Brasile?

Il Brasile entra ufficialmente in campagna elettorale e, come dovrebbe accadere in una democrazia di oltre 200 milioni di abitanti, dovrebbe discutere soprattutto del Brasile. Economia, inflazione, sicurezza, occupazione, sanità, corruzione, qualità delle istituzioni e futuro. Eppure, sul palcoscenico è riuscito a sistemarsi anche un invitato il cui nome non comparirà su nessuna scheda elettorale: Donald Trump.

Il Presidente degli Stati Uniti non ha chiesto esplicitamente agli elettori brasiliani di votare per Flávio Bolsonaro. Forse non era nemmeno necessario. La vicinanza politica all’universo bolsonarista, le pressioni di Washington legate alla situazione giudiziaria di Jair Bolsonaro e, soprattutto, l’impiego dei dazi come strumento di pressione hanno trasformato la Casa Bianca in una protagonista involontaria — o forse non troppo — delle elezioni brasiliane.

La domanda è se una simile ingerenza favorisca realmente la destra brasiliana oppure finisca per regalare a Lula una bandiera che nessuno stratega elettorale lascerebbe inutilizzata: la sovranità nazionale.

Perché una cosa è criticare Lula da San Paolo, Brasilia o Porto Alegre. Un’altra è farlo da Washington accompagnando le critiche con il conto della dogana. Quando una disputa politica interna diventa un braccio di ferro tra il Brasile e una potenza straniera, persino un presidente logorato dal potere può improvvisamente riscoprire tutti i vantaggi elettorali dell’avvolgersi nella bandiera nazionale.

E Lula sa farlo.

Non siamo esattamente davanti a un principiante della politica. L’attuale presidente porta sulle spalle una lunghissima storia pubblica, una straordinaria capacità di resistenza elettorale e anche un passato giudiziario che non può essere cancellato semplicemente voltando pagina. Fu condannato per corruzione; quelle condanne furono successivamente annullate per questioni processuali e di competenza giudiziaria. Ora, inoltre, un’inchiesta che coinvolge uno dei suoi figli potrebbe fornire nuove munizioni all’opposizione.

Ma neppure dall’altra parte troviamo una candidatura che viaggi senza bagagli.

Flávio Bolsonaro porta uno dei cognomi più potenti e, contemporaneamente, più divisivi del Brasile. Suo padre, Jair Bolsonaro, conserva una notevole capacità di mobilitazione, ma la sua situazione giudiziaria trasforma quell’eredità politica contemporaneamente in una spada e in una zavorra. Flávio ha bisogno dei voti del bolsonarismo senza diventarne prigioniero; deve apparire continuatore agli occhi dei fedelissimi e diverso davanti ai moderati.

Un’acrobazia elettorale che richiede parecchio più del semplice equilibrio.

I sondaggi spiegano perché ogni gesto possa diventare decisivo. Lula continua a guidare la corsa, ma il suo vantaggio si è ridotto. L’ultima rilevazione Quaest indica, in un eventuale secondo turno, il 43% per Lula contro il 40% per Flávio Bolsonaro: tre punti che, considerando il margine d’errore, descrivono una competizione aperta e assai meno comoda per il presidente di quanto potesse sembrare soltanto qualche mese fa.

Ed è qui che compare il paradosso Trump.

I dazi americani possono creare problemi concreti all’economia brasiliana. Possono danneggiare gli esportatori, complicare gli investimenti e alimentare l’incertezza. Ma una misura economicamente dannosa per un governo non è necessariamente dannosa, sul piano politico, per quello stesso governo.

A volte accade esattamente il contrario.

Più Lula riuscirà a presentare lo scontro come “il Brasile contro una pressione straniera”, meno sarà costretto a difendere il proprio governo e più potrà presentarsi come difensore della Nazione. Il Partito dei Lavoratori ha già trovato la formula: da una parte, secondo la sua narrazione, ci sarebbe un Brasile sovrano; dall’altra, un Brasile disposto a piegarsi agli interessi esterni.

È propaganda elettorale, naturalmente. Ma la buona propaganda non ha bisogno di essere interamente vera: ha bisogno di trovare un’emozione autentica nella quale mettere radici.

E poche emozioni sono politicamente più efficaci dell’orgoglio nazionale.

Qui risiede il rischio per Trump e per quanti, nell’universo bolsonarista, possono aver immaginato che un piccolo aiuto da Washington sarebbe bastato a inclinare il campo da gioco. In politica estera, come in certe riunioni di famiglia, esistono appoggi che è preferibile ricevere con discrezione. Quando il padrino arriva accompagnato da trombe, sanzioni e dazi, può finire per fare campagna elettorale per l’avversario.

Javier Milei ha già manifestato pubblicamente la propria vicinanza a Flávio Bolsonaro durante la visita a San Paolo. Benjamin Netanyahu gli ha fatto arrivare un messaggio di sostegno. Sono immagini politicamente utili per una parte dell’elettorato brasiliano, ma difficilmente sufficienti per conquistare quell’enorme territorio nel quale spesso si decidono le elezioni: quello di chi non desidera ardentemente né Lula né Bolsonaro.

Ed è probabilmente lì che si combatterà la vera battaglia.

Il Brasile arriva alle elezioni di ottobre con due poli dotati di una formidabile capacità di mobilitazione e, nello stesso tempo, di livelli altrettanto considerevoli di rifiuto. Milioni di brasiliani non saranno chiamati soltanto a scegliere chi desiderano come presidente.

Dovranno anche decidere chi desiderano di meno.

Per questo Trump può cambiare il corso delle elezioni brasiliane. Possiede un enorme potere economico, influenza diplomatica e una capacità quasi ineguagliabile di occupare i titoli dei giornali. Ciò che non possiede — e forse qualcuno dovrebbe ricordarglielo — è il controllo sulla direzione presa dal voto quando la pressione diventa eccessiva.

Gli Stati Uniti possono aumentare un dazio con una firma.

Possono revocare un visto.

Possono lanciare una minaccia.

Possono abbracciare politicamente un candidato.

Ma rimane una piccola, fastidiosa complicazione chiamata urna elettorale.

E quando il cittadino brasiliano entrerà nella cabina elettorale il prossimo ottobre, Donald Trump potrà aver fatto moltissimo rumore da Washington.

Il voto, però, continuerà a parlare portoghese.

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