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Uno stivale stretto, anche con il calzascarpe

«Il Mediterraneo non è una fabbrica di migranti alla quale si possa abbassare la serranda.»

ROMA, 3 novembre 2026. — L’Italia ha la forma di uno stivale, ma sembra aver bisogno ogni anno di un calzascarpe più grande per contenere le proprie contraddizioni. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, al 2 novembre sono sbarcate sulle coste italiane 26.956 persone migranti, contro le 59.318 registrate nello stesso periodo del 2025. Una diminuzione di circa il 55%, certamente significativa. Le statistiche, tuttavia, hanno una particolarità: contano le persone, ma non raccontano necessariamente che cosa accade alle loro vite.

La riduzione degli sbarchi rappresenta un elemento importante nella gestione dei flussi migratori. Consente di discutere di controlli alle frontiere, cooperazione internazionale e capacità di accoglienza partendo da numeri concreti. Sarebbe però opportuno evitare un equivoco piuttosto diffuso nel linguaggio politico: il fatto che arrivino meno persone non dimostra, da solo, che siano scomparse le ragioni che le spingono ad abbandonare il proprio Paese. Il Mediterraneo non è una fabbrica di migranti alla quale si possa abbassare la serranda.

Tra coloro che hanno raggiunto l’Italia figurano 6.149 cittadini del Bangladesh, 3.433 dell’Algeria e 2.971 della Somalia. Altri provengono dall’Eritrea, dal Sudan, dal Pakistan e da numerosi altri Paesi. Si tratta di nazionalità indicate al momento dello sbarco, non di spiegazioni automatiche sulle ragioni di ciascun viaggio. Ridurre una simile varietà di esperienze umane a un’unica motivazione sarebbe comodo quanto sostenere che tutti gli italiani emigrati nel secolo scorso abbiano lasciato la propria terra per lo stesso motivo.

Ma il dato che dovrebbe interrompere qualsiasi celebrazione affrettata compare in un’altra colonna: 5.554 minori stranieri non accompagnati sono arrivati via mare in Italia nel 2026. Rappresentano circa il 20,6% degli sbarchi registrati. Più di uno su cinque. Non parliamo di una curiosità statistica, ma di bambini e adolescenti che necessitano di identificazione, tutela e assistenza. La questione smette di essere esclusivamente una faccenda di frontiere quando chi le attraversa dovrebbe ancora preoccuparsi dei compiti di scuola, anziché della sopravvivenza durante una traversata.

L’Italia conosce perfettamente il significato dell’emigrazione. Per generazioni, milioni di italiani hanno cercato lavoro e opportunità lontano dalla propria terra. Quell’esperienza storica non obbliga a ignorare le difficoltà attuali legate all’integrazione, all’abitazione, all’occupazione o alla sicurezza. Offre però una prospettiva che sarebbe opportuno conservare: chi ieri ha avuto bisogno di una porta aperta dovrebbe comprendere, almeno, la differenza tra amministrare una frontiera e dimenticare la condizione umana di chi la attraversa.

Anche il capitolo dei rimpatri merita una lettura attenta. Secondo i dati riportati da AgenSIR, tra il primo gennaio e il 29 ottobre sono stati registrati 7.932 rimpatri, contro i 6.772 dell’intero 2025. L’incremento dichiarato è rilevante, ma nella pubblicazione compare una discrepanza: i 6.339 rimpatri forzati e i 1.053 rimpatri volontari assistiti indicati sommano 7.392, non 7.932. Prima di trasformare quella differenza in un argomento politico, sarebbe opportuno chiarirla. Una statistica pubblica dovrebbe tornare nei conti almeno quanto il bilancio di una famiglia.

Naturalmente, nessuno Stato dispone di risorse illimitate, né è tenuto a rinunciare alle proprie procedure legali. L’accoglienza richiede organizzazione, controlli, finanziamenti e cooperazione europea. Richiede anche di distinguere tra domande di protezione internazionale, migrazione economica e situazioni di particolare vulnerabilità. Il confronto legittimo riguarda il modo in cui rispettare questi obblighi e gli strumenti necessari per farlo. Presentare ogni esigenza amministrativa come crudeltà, oppure ogni richiesta umanitaria come ingenuità, impoverisce una discussione che avrebbe bisogno di qualcosa di più degli slogan.

La questione, del resto, non finisce sulle coste italiane. L’Europa condivide uno spazio politico ed economico, ma continua a confrontarsi con difficoltà nella ripartizione delle responsabilità migratorie. I Paesi mediterranei ricevono una parte importante degli arrivi via mare, mentre le decisioni su frontiere, asilo e cooperazione internazionale coinvolgono l’intera Unione. Una politica comune non può limitarsi a congratularsi con il vicino quando arrivano meno imbarcazioni, per poi discutere su chi debba pagare il conto dell’accoglienza.

Lo stivale italiano è stretto, certamente. Ma la vera sfida non consiste nel trovare un calzascarpe capace di far entrare l’intera umanità entro i suoi confini. Consiste nel costruire politiche capaci di distinguere tra chi necessita di protezione, chi cerca opportunità e chi non possiede i requisiti legali per rimanere. Perché governare non significa promettere che il mare smetterà di portare persone. Significa dimostrare che, quando arrivano, esistono ancora leggi, istituzioni e una bussola morale capaci di orientare le decisioni.

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Ministero dell’Interno — Cruscotto statistico, 2 novembre 2026. AgenSIR — Migranti, 2 novembre 2026/small>
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