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L’Europa si sega da sola

Il Parlamento europeo ha fatto ancora una volta ciò che sa fare meglio davanti a una scelta strategica: rinviare a Lussemburgo e lavarsene le mani. Dopo un quarto di secolo di trattative, vertici e sorrisi diplomatici, l’accordo UE–Mercosur è stato archiviato in tribunale.

Ursula von der Leyen aveva firmato il testo pochi giorni prima, ma l’emiciclo ha deciso che le clausole contano di più quando fuori rombano i trattori. Dieci voti sono bastati per congelare tutto e umiliare la Commissione.

A Strasburgo non c’è stato silenzio istituzionale, ma clacson. Gli agricoltori hanno festeggiato come dopo una finale, dimostrando che in Europa il veto agricolo corre più veloce di qualsiasi trattato commerciale.

Bruxelles chiedeva unità contro le minacce esterne, ma il Parlamento ha scelto la divisione interna. Meglio spaccare l’Europa che spiegare un accordo scomodo in campagna elettorale.

Il voto ha seguito paure nazionali, non ideologie. Francia, Polonia, Romania e Grecia hanno frenato; Germania, Spagna e Italia hanno esitato. I grandi gruppi politici si sono frantumati.

Sinistra e sovranisti, nemici su tutto, si sono ritrovati uniti contro il Mercosur. Non per idealismo, ma per convenienza elettorale.

Ora il dibattito si rifugia nei cavilli giuridici. L’applicazione provvisoria è la scappatoia di emergenza. In realtà, è una confessione d’impotenza.

L’America Latina osserva e prende nota. L’UE firma, promette, poi tentenna. E quando tentenna, porta tutto in tribunale.

Così l’accordo UE–Mercosur resta sospeso nel limbo europeo: non morto, non vivo. Solo rimandato.

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