
In Bangladesh le ferite non si rimarginano mai davvero. La condanna a morte dell’ex premier Sheikha Hasina —emessa in contumacia mentre lei continua il suo esilio in India— ha scosso Dhaka e riacceso strade ancora calde dalle proteste del 2024. Un Paese diviso a metà vede il verdetto come uno specchio imperfetto: per alcuni è giustizia, per altri una regolazione di conti.
Il Tribunale penale internazionale di Dhaka ha ritenuto Hasina responsabile, per azione e omissione, della brutale repressione di luglio 2024, costata 1.400 vite e la sua uscita di scena dopo 15 anni di governo duro e verticale. Muhammad Yunus, oggi premier ad interim e Nobel per la Pace, ha parlato di “verdetto storico”. Hasina lo definisce “politicamente motivato”. Nessuna sorpresa: le parti recitano copioni già scritti.
Sul fronte internazionale, la mossa più delicata è la richiesta di estradizione inoltrata all’India. Ma è improbabile che Narendra Modi consegni una figura tanto pesante. Il suo silenzio, più eloquente di mille frasi, indica che nessuno a Delhi vuole alimentare un incendio geopolitico già vivo.
Non è solo un processo. È il regolamento di conti di un Paese che accumula tensioni sociali e simboliche da anni. Le proteste del 2024 nacquero da una questione amministrativa —le quote riservate ai familiari dei veterani— ma esplosero in un movimento antigovernativo senza precedenti. E ancora oggi nessuno sembra aver imparato la lezione.
Oltre a Hasina, condannati anche l’ex ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal (pena di morte) e l’ex capo della polizia Abdullah Al-Mamun (cinque anni). A Dhaka forze speciali presidiano le strade, mentre centinaia di persone hanno tentato di assaltare la casa-museo del padre di Hasina, Sheikh Mujibur Rahman.
Yunus ha invitato alla calma, consapevole di camminare su un terreno sismico. L’ONU, pur riconoscendo l’importanza simbolica della sentenza, ha condannato l’uso della pena capitale. La diplomazia resta, come sempre, un gioco di equilibri.
Il Bangladesh entra così in una nuova fase di incertezza: un governo provvisorio, un’ex premier condannata in esilio, l’India nel ruolo di arbitro involontario e una popolazione che festeggia, dubita e teme allo stesso tempo. La sentenza è arrivata; ora resta il compito più difficile: governare le sue conseguenze.
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