supplemento di ElCanillita.Info, lo strillone latinoamericano
Mercoledì 26 Giugno 2019

La tortura sotto le mentite spoglie dei diritti umani

25 giugno, 2014

Un prigioniero politico dell’attuale governo argentino, incatenato al letto.

Argentina Oggi, 25.06.2014
Prendiamo spunto da una lettera giunta in redazione, dal titolo “Carta a mi padre”, in cui il figlio di un ex-militare argentino di 77 anni racconta come il padre sia stato condannato a 5 anni di detenzione nonostante i crimini di cui lo si imputava, risalenti a 35 anni prima, non siano stati confermati dagli oltre 150 testimoni ascoltati. Ma di questo la corte non ha tenuto minimamente conto, ed ha voluto punire quell’uomo con una pena esemplare, castigandolo per colpe commesse da altri.

Ammalatosi dopo un anno di reclusione in condizioni disumane, gli è stata negata l’assistenza medica necessaria, procurando sofferenza sia a lui che ai suoi familiari, impotenti di fronte ad un sistema giudiziario che sventolando la bandiera dei diritti umani sembra animato da spirito di rappresaglia piuttosto che di giustizia.

Nei giorni scorsi il Papa ha ricordato che giovedì prossimo, 26 giugno, ricorre la Giornata delle Nazioni Unite per le vittime della tortura. “In questa circostanza – ha detto Papa Francesco – ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!”.

Sabato 21 giugno, il Santo Padre Francesco ha iniziato la Visita Pastorale alla Diocesi di Cassano allo Jonio incontrando i detenuti della Casa Circondariale di Castrovillari, per esprimere la sua vicinanza e quella della Chiesa ad ogni uomo e ad ogni donna che si trova in carcere in ogni parte del mondo, e ricordare che Gesù ha detto: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Partito in elicottero dall’eliporto Vaticano, al suo arrivo alle 9:00 a Castrovillari, il Santo Padre ha raggiunto a piedi la Casa Circondariale dove è stato accolto dal Direttore, Dottor Fedele Rizzo, e, ascoltate le parole di un detenuto, ha pronunciato il seguente discorso:
“Nelle riflessioni che riguardano i detenuti, si sottolinea spesso il tema del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e l’esigenza di corrispondenti condizioni di espiazione della pena. Questo aspetto della politica penitenziaria è certamente essenziale e l’attenzione in proposito deve rimanere sempre alta. Ma tale prospettiva non è ancora sufficiente, se non è accompagnata e completata da un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società. Quando questa finalità viene trascurata, l’esecuzione della pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, a sua volta dannoso per l’individuo e per la società. E Dio non fa questo, con noi. Dio, quando ci perdona, ci accompagna e ci aiuta nella strada. Sempre. Anche nelle cose piccole. Quando noi andiamo a confessarci, il Signore ci dice: ‘Io ti perdono. Ma adesso vieni con me’. E Lui ci aiuta a riprendere la strada. Mai condanna. Mai perdona soltanto, ma perdona e accompagna. Poi siamo fragili e dobbiamo ritornare alla confessione, tutti. Ma Lui non si stanca. Sempre ci riprende per mano. Questo è l?amore di Dio, e noi dobbiamo imitarlo! La società deve imitarlo. Fare questa strada”.

“D’altra parte, un vero e pieno reinserimento della persona non avviene come termine di un percorso solamente umano. In questo cammino entra anche l’incontro con Dio, la capacità di lasciarci guardare da Dio che ci ama. È più difficile lasciarsi guardare da Dio che guardare Dio. È più difficile lasciarsi incontrare da Dio che incontrare Dio, perché in noi c’è sempre una resistenza. E Lui ci aspetta, Lui ci guarda, Lui ci cerca sempre. Questo Dio che ci ama, che è capace di comprenderci, capace di perdonare i nostri errori. Il Signore è un maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale. Il Signore sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende; a noi spetta lasciarci comprendere, lasciarci perdonare, lasciarci accompagnare”.

“Auguro a ciascuno di voi che questo tempo non vada perduto, ma possa essere un tempo prezioso, durante il quale chiedere e ottenere da Dio questa grazia. Così facendo contribuirete a rendere migliori prima di tutto voi stessi, ma nello stesso tempo anche la comunità, perché, nel bene e nel male, le nostre azioni influiscono sugli altri e su tutta la famiglia umana”.

“Un pensiero affettuoso voglio rivolgerlo in questo momento ai vostri familiari; che il Signore vi conceda di riabbracciarli in serenità e in pace. E infine un incoraggiamento a tutti coloro che operano in questa Casa: ai Dirigenti, agli agenti di Polizia carceraria, a tutto il personale. Di cuore Vi benedico tutti e vi affido alla protezione della Madonna, nostra Madre”.

E, aggiungiamo noi, non c’è motivo per cui le stesse considerazioni non siano applicabili a qualsiasi realtà carceraria, e non è vero che la pratica della tortura sia prerogativa soltanto dei regimi dittatoriali riconosciuti. Ma questo, l’ONU conformista sembra ignorarlo.

Fonte: VIS – SalaStampa.Eu
Informazione di dominio pubblico

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